Mi sono state sottoposte dalla cara Roberda Di Domenico (una collega in fase di tesi) alcune domande.

Siccome rispondere mi è piaciuto, le piazzo anche qui, così chi ne ha voglia ha una piccola opportunità di conoscere meglio me e quel che faccio.

(Nda per i non addetti ai lavori: le guarattelle sono i tipici burattini napoletani, lo spettacolo di Pulcinella)



1. Dove e quando sei nata?

Verona, 16.07.76


2. Mi parli della tua formazione artistica?

(Qua taglio! Il mio curriculum lo trovate qua nel sito)


3. Com'è avvenuto l'incontro con il Teatro di Figura?

Amo il teatro da sempre, quando avevo sei o sette anni andavo a vedere con mia mamma spettacoli di Shakespeare, Moliere, Goldoni (altro che teatro ragazzi!) e mi piacevano moltissimo.
Iniziai a far teatro intorno ai 14 anni e continuai a frequentare laboratori e a prendere parte a spettacoli in compagnie veronesi, amatoriali ma ad ottimi livelli artistici.
Desideravo moltissimo lavorare nel mondo dello spettacolo e desideravo farlo in maniera autonoma, senza legami troppo pressanti a compagnie, enti o altro.

Mi piaceva e mi interessava molto anche la parte manuale, la costruzione di oggetti di scena e la realizzazione di costumi.
Mi capitò di partecipare ad un laboratorio di scultura di matrici di maschere da commedia dell’arte e qualcuno dei partecipanti, chiacchierando, mi suggerì il teatrino dei burattini. Io decisi di prenderlo sul serio. Ma non avevo la minima idea riguardo a da che parte cominciare, così mi cercai qualcuno che potesse insegnarmi e approdai all’atelier delle figure di Cervia. Piantai in asso tutto quel che avevo messo in piedi fino a quel momento (lavoro fisso da impiegata, casa con mutuo, fidanzato e matrimonio quasi imminente, famiglia, amici) e me ne andai allegra e piena di entusiasmo per quella strada nuova.
Quando vidi per la prima volta cos’era davvero il teatro di burattini capii di aver realmente trovato la mia strada. Un perfetto connubio di costruzione-scrittura-messa in scena-rappresentazione, tutte cose che amo profondamente e mi rendono molto felice. Ogni tanto capita che qualcuno mi dica ‘tu sei nata per questo’. Lo credo anch’io.


4. E come ti sei avvicinata al mondo delle guarattelle?

Ebbi l’opportunità di incontrare vari guarattellari ed aspiranti tali sia all’atelier cervese che ai vari festival di teatro di figura a cui iniziai a prendere parte, mi interessava molto il ritmo e la potenza di un burattino così arcaico come Pulcinella, quindi colsi al volo l’occasione di un laboratorio organizzato da Bruno Leone nel 2004, a seguito del quale produssi uno spettacolo che ho tuttora in repertorio.


5. Se esiste, chi riconosci come tuo “Maestro”?

Ho avuto l’opportunità di averne parecchi e tutti mi hanno insegnato generosamente tante cose diverse. Ma il primo burattinaio che mi mise davvero in mano un burattino facendo sì che mi scoccasse la reale scintilla del ‘ecco, ho capito!’ fu Dan Bishop, un Punch&Judy Professor con cui ebbi l’opportunità di lavorare durante uno stage all’accademia di teatro di figura di Bialystok, in Polonia, per il quale provo infinito affetto ed enorme stima.

 

(Guardatelo! E' bellissimo si o no?!?! Io lo amo follemente.)



6. Il tuo rapporto con Pulcinella

Un rapporto di estremo rispetto e complicità.


7. La pivetta. Il tuo rapporto con questo antichissimo strumento.

Rispetto estremo anche qui. Usare la pivetta mi piace molto e mi incuriosisce, anche se quando la uso in Veneto non è molto compresa nella sua essenza. E’ un altro livello di comunicazione, difficile spiegarlo a parole, si può solo provare.


8. Qual è secondo te il luogo “naturale” delle guarattelle? Il teatro? La piazza? La strada?

Io ho iniziato ad incamminarmi su questa strada come attrice da palcoscenico, ma sono fermamente convinta che i burattini siano ‘della gente’. Quindi direi piazza o strada.


9. Da “non campana”, quali sono le difficoltà che hai incontrato nel tuo lavoro di guarattellara?

Al di là della parlata napoletana (il mio Pulcinella – così come tutti gli altri personaggi dello spettacolo di guarattelle che porto in giro – parla italiano, proprio per una questione di rispetto: non mi andava di ‘scimmiottare’ il napoletano rischiando di scadere nella classica caricatura da bar) direi che c’è molta difficoltà a far capire alle maestre venete che se anche lo spettacolo di guarattelle comprende personaggi come La Morte e il Diavolo, e Pulcinella risolve tutte le situazioni a bastonate, la psiche dei bambini non ne uscirà irrimediabilmente sconvolta. C’è troppo buonismo ipocrita in giro, e poca vera bontà. Ma questo è un altro discorso.


10. Quali sono le difficoltà che, in quanto, guarattellara donna, hai incontrato?

Il burattinaio, soprattutto se solista, è per tradizione un lavoro da uomo. C’è molto maschilismo in questo mondo, di conseguenza trovo difficile, in quanto donna, farmi prendere sul serio e far si che chi mi contatta porti rispetto alla mia arte, al mio lavoro e alla mia fatica, a volte anche solo in cose apparentemente sciocche come definire il mio lavoro ‘spettacolino’. E’ terribilmente sminuente. Solo perché sono una donna non significa che tutto quel che faccio debba essere per forza frivolo e/o lezioso. D’altro canto io ho una testa molto dura e sono terribilmente determinata. Non intendo certo permettere a stereotipi di questo genere di mettermi i bastoni tra le ruote. E’ una lotta continua, ma non mollo.


11. Mi parli del tuo repertorio?

Tradizionale rielaborato alla mia maniera, principalmente ispirato alla commedia dell’arte e al repertorio veneto-romagnolo. Mi interessano le ‘radici’ e tutto quello che è ‘popolare’: oltre al repertorio burattinesco sto lavorando sulle fiabe regionali e specificamente della mia città: Verona.


12. Come nasce uno spettacolo di guarattelle?

Non credo ci sia una regola particolare. La cosa fondamentale è sapere cosa si vuol dire e capire come si vuol dirlo. Questo vale per qualsiasi forma d’arte.


13. Domanda all'artigiana. Come nascono i tuoi personaggi? Quale tecnica utilizzi e esiste un'idea all'origine della progettazione del burattino?

Al momento i miei burattini sono costruiti in pasta di legno, ma solo perché non sono ancora del tutto attrezzata per mettermi a scolpire. Diciamo che se mi metto a costruire da zero tutti i personaggi per uno spettacolo, esiste sempre una linea generale che decido a priori, uno stile che scelgo e che cerco di applicare a tutti i personaggi. Fatico un po’, non avendo particolari studi artistici alle spalle. Sono un’autodidatta. Ma mi impegno molto.


14. Qual è il tuo rapporto con la tradizione?

La amo moltissimo. Mi incuriosiscono tutte le tradizioni, non solo quella a cui appartengo.


15. E invece, il tuo rapporto con la sperimentazione?

Mi piace molto anche la sperimentazione, a patto che non sia fatta a vanvera ma sapendo con estrema chiarezza COSA si sta comunicando e PERCHE’.


16. In che misura la tradizione influenza la sperimentazione? E può esistere una commistione tra di esse?

Personalmente ritengo che prima di iniziare a sperimentare, sia indispensabile e fondamentale apprendere i linguaggi già esistenti. Non posso scrivere una poesia futurista se non conosco le lettere dell’alfabeto. Direi che questa regola vale un po’ per tutto. Sono convinta anche che studiare la tradizione faciliti immensamente tutto il lavoro, compreso quello di sperimentazione: non è necessario reinventare la ruota da capo ogni volta, imparare da chi è venuto prima è più semplice.


17. Se ti avvali della presenza di una spalla, mi parli di come è strutturato uno spettacolo in cui la musica e l'intervento esterno sono coprotagonisti?

Al momento lavoro da solista.


18. Quale futuro si prospetta per l'arte delle guarattelle?

Non ne ho idea. So solo che conosco diverse persone che, come me, sono follemente innamorate di quel che fanno. Questo ci aiuta a portare avanti il nostro lavoro con impegno, fatica, passione, entusiasmo e tanta fiducia per il futuro. Speriamo bene.